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L'economia del bene comune è il vero antidoto alla crisi

Approccio etico e sviluppo sapiente della conoscenza sono condizioni indispensabili per il futuro

di Ercole Amato

L’ultima crisi finanziaria mondiale ha reso evidenti i punti critici delle dinamiche del mercato internazionale. I risultati economici, troppo orientati al profitto a breve, al ricorso al debito e a operazioni finanziarie che hanno creato incertezza e confusione nell'economia reale, hanno finito con il favorire un mercato basato in misura crescente sullo scambio di strumenti finanziari. La crisi dello sviluppo reale dell’economia mondiale può essere ricondotta a varie ragioni, ma è certo che un ruolo importante è stato assunto dal sistema di governo politico dell'economia, che ha tentato di surrogare la mancanza di sviluppo reale con lo sviluppo finanziario.
La teoria economica alla base del libero mercato, di per sé ricca di potenzialità positive, è stata però progressivamente contaminata dall’utilitarismo, indirizzando inesorabilmente la ricerca del benessere economico di una società verso il conseguimento del massimo utile. Si è persa fiducia nelle capacità del mercato di autoregolarsi e di generare sviluppo ed è sorta a livello internazionale l’esigenza sempre più pressante di regole oggettive. Sembra ormai evidente che il libero mercato non sia in grado da solo di porre rimedio alle storture che esso stesso crea. Contrariamente esso conduce ad una concezione più darwinista dell’economia. Seguendo questa linea, i governi dei paesi colpiti dalla crisi hanno adottato una varietà di provvedimenti che hanno comportato un massiccio ritorno del settore pubblico in quegli stessi mercati finanziari che, negli ultimi decenni, erano stati deregolamentati, privatizzati e liberalizzati. Il buon funzionamento del mercato richiede dunque un importante ruolo dello Stato e, dove appropriato, della comunità internazionale, nel fissare e nel far rispettare regole di trasparenza e di prudenza.
Si deve ricordare, però, che nessun intervento di regolazione può garantire la sua efficacia a prescindere dalla coscienza morale e dalla responsabilità quotidiana degli operatori del mercato, specie degli imprenditori e dei grandi operatori finanziari. In altre parole, una economia senza etica è destinata al fallimento. Quindi, devono soccorrere in aiuto nel campo economico, come in tutti i campi dell’agire umano, elementi di chiarezza in grado di orientare correttamente le scelte dell’uomo, insegnamenti in grado di far recuperare una visione razionale delle regole. Questa educazione alla responsabilità trova un fondamento solido nei principi indicati dalla Dottrina sociale della Chiesa, che sono patrimonio di tutti e base di tutta la vita sociale: il bene comune universale, la destinazione universale dei beni, la priorità del lavoro sul capitale.
Giovani Paolo II scrive: “La dottrina sociale della Chiesa non è una 'terza via' tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un’ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell’ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale”.
Alla luce di tali principi, ogni attività economico-finanziaria viene inquadrata nella sua forma corretta. Si riconosce la liceità e l’importanza dell’iniziativa privata ma con la limitazione della sua funzione sociale secondo il principio della destinazione universale dei beni che già per San Tommaso rappresentava la condizione per una corretta interpretazione della proprietà privata. Ci si oppone a una considerazione della remunerazione del lavoro come determinata dalle condizioni di domanda e offerta che si manifestano nel mercato, condizioni dalle quali dipendono secondo una teoria economica i prezzi e i valori di tutte le merci (cfr. enciclica Rerum Novarum di Leone XIII).
Gli stessi risultati dello sviluppo economico acquistano, alla luce dei principi sopra richiamati, connotazioni valoriali che trascendono il semplice conseguimento del benessere. L'economia, infatti, ha certamente leggi proprie e una legittima autonomia, ma ha anche una funzione sociale e lo sviluppo economico non è mai un fine in se stesso e deve essere sempre accompagnato dalla responsabilità sociale.
La riforma delle società moderne non potrà non tener conto del collasso sociale provocato dalla fallacia ideologica della passata gestione dell’economia mondiale; si deve pensare di ricostruire il sistema finanziario basandosi su nuovi capisaldi che assicurino uno sviluppo armonico ed orientato al futuro. In questo senso, le ultime encicliche di Benedetto XVI ci invitano a pensare all’equità come punto di riferimento della condizione umana affinché Stato e mercato possano funzionare avendo come obiettivo il bene comune e si possa ricondurre il sistema finanziario mondiale ad una corretta dimensione.
Il recupero di una visione mercatista orientata al perseguimento di obiettivi non solo meramente utilitaristici è destinato a produrre i suoi benefici effetti soprattutto nel comparto agricolo. Infatti, le motivazioni alla base della crisi economica che stiamo vivendo hanno inciso profondamente anche nel settore agroalimentare. L'aspettativa di prezzi crescenti dei prodotti agricoli ed energetici ha prodotto una corsa all'approvvigionamento e all'acquisto di futures, cioè di promesse di consegna futura a un prezzo predeterminato. Questo comportamento, a sua volta, ha alimentato un rialzo dei prezzi che ha attratto non solo i futuri utilizzatori di prodotti primari, ma anche operatori finanziari che, in un'ottica puramente speculativa, hanno scommesso sulla possibilità di un ulteriore rialzo dei prezzi. In questo contesto il valore delle commodities agricole è andato progressivamente ad incrementare il risultato finanziario dei derivati, innescando un processo artificioso di accrescimento della domanda che, alla fine, ha provocato il collasso dell’intero sistema.  All’innalzamento dei prezzi delle derrate alimentari e alla conseguente scarsità alimentare per una fascia sempre più vasta di popolazione ha contribuito, inoltre, la scarsa pianificazione ed organizzazione territoriale impegnata in materia agricola da alcuni paesi che non sono intervenuti a regolamentare razionalmente lo sviluppo delle coltivazioni ma hanno lasciato che il territorio fosse gestito con criteri speculativi e dissennati.
La vera soluzione sta quindi, in campo agricolo come nel sistema economico generale, nella scelta di una politica incentrata sulla produzione reale, nell’ambito di un approccio etico ma allo stesso tempo aperto all’efficienza e alla redditività dell’impresa. Perché questa condizione possa realizzarsi appieno è indispensabile il supporto della ricerca scientifica, condotta con il livello di sapienza, sia culturale che morale, che deve accompagnare ogni progresso della scienza, soprattutto quando da tali progressi possono derivare importanti interessi economici speculativi. Solo in questo modo possiamo avere la certezza di perseguire obiettivi in grado di garantire un reale riscontro in termini di effettivo miglioramento delle condizioni di vita dell’intera umanità e non rappresentino, viceversa, una minaccia per lo sviluppo, l’occupazione e la tutela dell'ambiente.

 

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