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Il lodo Alfano tra diritto e "opposizione costituzionale"

Anche dopo la bocciatura della Consulta, rimane necessaria l'approvazione di una norma che protegga le più alte cariche dello Stato

 
La legge 124 del 23 luglio 2008 – più nota come “lodo Alfano” è un provvedimento breve (un solo articolo  composto da sette commi) e comprensibile anche ai non addetti ai lavori.

Essa tratta la “sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato” ovvero per il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio e i Presidenti di Camera e Senato.
La sospensione, che dura per l’intero mandato, si riferisce sia ai fatti commessi prima della assunzione dell'Alta carica che a quelli in corso, ovvero realizzati anche successivamente. Solo ed esclusivamente per il Capo dello Stato e per il Premier restano esclusi i reati commessi nell’esercizio della loro funzione.

Tale sospensione del processo non è reiterabile e ciò vuol dire che una stessa persona non può goderne nuovamente se, cessata una carica, ne assume un’altra. Tutto ciò con una sola eccezione: quella del Capo del governo che venga nominato di nuovo nella stessa legislatura.
Il provvedimento ovviamente riconosce alle Alte cariche il diritto “alla rinuncia” del beneficio e quindi alla sospensione del processo; in tal caso i tempi di decorrenza della prescrizione si bloccano durante la sospensione.
Il provvedimento rappresenta un remake con qualche novità del cosiddetto “lodo Maccanico”, poi diventato “lodo Schifani”, una norma analoga approvata nel giugno 2003 ma dichiarata incostituzionale dopo soli sei mesi.
Il percorso politico ed istituzionale di tale provvedimento è stato lungo e travagliato (dall’approvazione dei due rami del Parlamento elle Commissioni parlamentari) sino a giungere alla Corte Costituzionale, quale organo supremo chiamato a giudicare la  sua compatibilità con la  Carta Costituzionale ed ai principi in essa richiamati e composto da 15 Giudici  nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative.
Alla fine la sentenza tanto attesa della Corte è arrivata, dichiarando il lodo Alfano  incostituzionale mediante un verdetto preso a maggioranza,  con uno scarto di 3 voti (9 per la bocciatura e 6 per l’approvazione).  La  Consulta quindi ha bocciato il lodo Alfano per violazione dell’articolo 138 della Costituzione, vale a dire l’obbligo di far ricorso a una legge costituzionale (e non ordinaria come quella usata dal lodo per sospendere i processi nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato): in altre parole una tal norma non poteva essere introdotta con legge ordinaria.  Ma il lodo è stato bocciato anche per violazione dell’articolo 3 (principio di uguaglianza), come riporta una nota della stessa Consulta.
Sul piano pratico, l’effetto della decisione della Consulta sarà la riapertura di due processi a carico del premier Berlusconi: il caso legato ai “diritti tv” e quello relativo al “caso Mills”.
Sul piano politico, le conseguenze sono difficili da prevedere: le elezioni anticipate sono state escluse  secondo quanto ribadito dal Premier dopo l’incontro con Fini e Bossi, tenutosi per sviluppare un piano d’azione in risposta a questa decisione della Corte. Ovviamente le elezioni anticipate non vengono prese in considerazione nemmeno dall’opposizione (ad esclusione del solito bastian contrario Di Pietro) ed in particolare dal PD che, vista la recente elezione del nuovo segretario, Pierluigi Bersani, ed il conseguente “restyling” del partito, non appare pronto ad affrontare un impegno del genere.
Ad aggravare ulteriormente la situazione (semplice coincidenza o tempismo perfetto?)  la sentenza dei Giudici di Milano sul caso Mondadori che ha condannato il premier (sempre Lui!) ad un maxi risarcimento milionario mai avvenuto nella storia.
A questo punto, le considerazioni appaiono scontate, almeno a parere di chi scrive. In Italia abbiamo un premier “scomodo” per l’opposizione che non è riuscita a combatterlo  con gli strumenti ordinari di una democrazia (il voto elettorale!) anche in virtù di pronunce che del potere giudiziario che il Presidente del Consiglio ha sempre definito “di parte”.
Allora, se questa è la democrazia cui tutta l’opposizione inneggia, occorrerà cambiare le regole ed il lodo Alfano ne era un primo tentativo. Non è sinonimo di giustizia e visibilità internazionale esporre le alte cariche dello stato  processi che minano la stabilità del nostro paese… a maggior ragione se tali processi vengono strumentalizzati per delegittimare in maniera subdola il Governo ed il suo operato. In ultima analisi questo è un caso in cui il fine non giustifica i mezzi!
Nicola Mitidieri

 

 

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